Luce e colori

La luce interagisce con la superficie, i colori hanno una propria lunghezza d’onda e frequenza e riflettono verso i nostri occhi una data frazione di luce. Mi interessa come varia la stessa tonalità di colore che nell’opera si ripropone più volte con il poligono. La diversa disposizione del poligono inserito in diverse sezioni dell’opera permette delle variazioni di colore mediante la luce, anche se la tonalità è la stessa. Il colore ha dei pigmenti che assorbono alcune lunghezze d’onda e ne riflettono altre e variano mediante la loro diversa disposizione nell’opera.


Stocasticità dell'opera

È un’opera random, la scelta del colore dei poligoni in parte viene lasciata al caso (poetica del caso), avviene con schemi di campionamento casuale semplice con ripetizione (colore da inserire) e senza ripetizione (sezione da colorare). Una volta individuata una scala cromatica, ad ogni sezione estroflessa che conterrà il poligono colorato, assegno un numero alfanumerico progressivo, che poi estraggo in maniera casuale senza ripetizione. Succesivamente estraggo il colore, questa volta con ripetizione. Così in maniera casuale vado ad identificare la sezione da colorare con il colore estratto. Svolgo questo procedimento per una copertura dell’opera circa del 30, 35%. L’opera così coglie il caso ( l’imponterabile ). Successivamente vado a completare le sezioni rimanenti andando ad accostare i colori in maniera soggettiva. Entrano in gioco i miei poligoni colorati. In quest’opera i poligoni colorati saranno al di sopra della struttura estroflessa, indagine fisica oltre la quarta dimensione. Invece, i poligoni di colore bianco, essi rappresentano i colori (ulteriori dimensioni) che non considero nella scelta iniziale della scala cromatica. Il bianco è la somma dei colori (li contiene tutti), trasporta l’errore (colori non considerati). Stocasticità dell’opera.


MultivariArte - esposizione presso la galleria Iori con Vittorio Sgarbi

Pier Paolo Nudi, artista calabrese, cresciuto nella bella Rende, è un pittore di pensieri in un intreccio di opere concettuali elaborate in uno stile eclettico, che discende non da un ardore improvviso ma da un progetto precostituito nella memoria. L’artista propone una riflessione sul mondo attraverso originali forme su tele estroflesse applicate su tavola. Il risultato è in lavori che offrono differenti gradi di lettura affidati a sintesi di forme e colori. Il percorso di Nudi parte dalla bidimensionalità della tela per arrivare alla tridimensionalità. Da qui nasce la Multivariarte, ovvero la multiforme varietà di espressioni artistiche.

Vittorio Sgarbi – 2017

Dall’11 al 18 marzo presso la Iori Casa d’Aste, in via P. Cella 21 a Piacenza in collaborazione con la GlobArt di Andrea Bellusci, andrà in scena la mostra personale dedicata all’artista Pier Paolo Nudi. Già vincitore del Galà de l’Art 2016 di Montecarlo, l’evento culturale patrocinato dall’Ambasciata Italiana nel Principato di Monaco, Nudi arriva a Piacenza per presentare il suo ricco e affascinante percorso pittorico. Uno stile eclettico ed innovativo, tanto da attirare l’attenzione del critico Vittorio Sgarbi, che ha voluto tenere a battesimo l’apertura della mostra. La sua è un arte che prende forma da una profonda e meditata riflessione sul mondo visto attraverso differenti chiavi di lettura: scientifico, metafisico, psicologico e emotivo. Nasce da qui la definizione di Multivariarte, un approccio si potrebbe dire olistico alla multiforme varietà di espressioni artistiche. Il risultato sono lavori che supportano differenti gradi di lettura affidati a forme spaziali, pigmentazioni materiche e colori. Un percorso quello di Nudi che parte da una bidimensionalità per giungere fino al concetto di tridimensionalità nello spazio tanto caro ad artisti come Fontana o Bonalumi. Negli ultimi lavori le tele di Nudi invadono lo spazio e lo fanno con la delicatezza e la sensibilità propria del suo linguaggio. Protagonista dei nuovi lavori è, infatti, la trasparenza: gioco di superfici che si sovrappongono emergendo dalla tela attraverso supporti metallici velati da tessuti leggeri e impalpabili che lasciano intravedere gli interventi pittorici applicati con forza sulle tele sottostanti. Il risultato sono quadri dove al rigore matematico delle forme si contrappone alla poesia di un tessuto che sembra quasi respirare. Ed è proprio da questo ultimo filone stilistico che appartengono le due opere inedite che saranno mostrate al pubblico per la prima volta durante l’esposizione alla Iori Casa d’Aste. La prima sarà un lavoro sulle Estroflessioni Trasparenti, la seconda invece è frutto di un’ulteriore elaborazione di Nudi, nata dalla reinterpretazione del Codice Baudot, un linguaggio meccanico usato dalle vecchie telescriventi che Nudi unisce in un mix tra scienza, linguaggio e, appunto, poesia.

Arianna Groppi  – 2017

Nudi, simbolismo ermetico dai colori accessi e dinamici.  Passato, presente o futuro, l’arte interagisce sempre con queste dimensioni. Gli artisti si ispirano spesso al passato, contestualizzano poi l’opera nell’attualità cercando infine proiezioni in avanti. Spesso riuscendovi come dimostra “Multivariarte”, personale di Pier Paolo Nudi, allestita presso Iori Casa d’Aste, in via Cella, 9 – Piacenza. Calabrese, nato nel 1971, ha esordito nei primi anni ’90 e da allora ha cambiato vari stili trovando, da ultimo, stabilità fra Astratto e Concettuale. Si muove fra due codici espressivi: da un lato tecniche miste su fondo piatto che ribadiscono una certa vitalità. Troviamo poi varie serie e cioè: “Approssimazioni”, “Traslucenze”, “Evanescenze”, “Multivario” e “Segmenti multipli”, tutte caratterizzate da frantumata e complessa linearità.  Dall’altro troviamo le ambiziose e suggestive “Opere estroflesse”,  acrilici ottenuti movimentando con geometrico rigore il supporto. E’ affidato al colore puro, in triangolini sapientemente alternati nell’arcobaleno cromatico, l’accentuazione del  dinamismo. Le sue opere diventano così un’alternativa ai dipinti, un superamento del piano rappresentativo verso un simbolismo forse ermetico e uno schematismo talora embrionalmente umanizzato. Forse c’è uno spazio dietro le tele, forse c’è un ritratto o un segno da decifrare, comunque le opere di Nudi arricchiscono il filone dell’estroflessione nell’arte. Quello formato da Agostino Bonalumi, Enrico Castellani e in parte Turi Simeti che hanno inventato la dilatazione dello spazio della superficie.

Quotidiano Libertà, Fabio Bianchi – 2017

Nudi ha un gallerista che apre il suo spazio per esporre i dipinti e mostrarli con una finalità che è quella di aumentare la conoscenza dell’artista e di creare un mercato intorno all’artista, perché non c’è un artista che vive senza mercato, come un pesce che stia fuori dall’acqua. L’operazione è complessa, certo è meglio conoscere un’artista in più che un’artista in meno, occorre anche immaginare che Nudi riesca a colpire l’attenzione di alcuni, perché alcune delle sue opere cambino casa e vadano dalla galleria nella casa di quelli che penseranno che i dipinti di Nudi sono interessanti per loro, pur non essendo dipinti figurativi, pur non essendo dipinti religiosi, pur non essendo dipinti di pittura di genere, ma sono dipinti di concetto, sono pensieri prima che dipinti. Quindi occorre un processo che è tipico dell’arte del novecento che è quello di capire cosa fa un artista rispetto quello che facevano gli artisti su commissione, avevano qualcuno che gli chiedeva un dipinto per un chiesa, per una casa. Qui invece Nudi vive nel suo studio in solitudine, pensa e cerca di stare all’interno di un segmento di estetica. Cento anni fa, comincia  il novecento, a parte le avanguardie che alcuni conoscono come i futuristi; il futurismo è diventato un fenomeno che si diffonde al di la di Milano o di Roma, era un costume un modo di vivere. Dopo che il novecento si apre con queste proposte provocatorie, ce n’è una somma, che è quella di esporre un Orinatoio, cento anni fa Duchamp espone un Orinatoio, che lascia molto perplessi ancora oggi dopo cento anni. Quel Orinatoio ha significato molto per cambiare lo spirito dell’arte, le finalità e gli obiettivi degli artisti. Un artista che oggi è molto popolare, che si chiama Cattelan ha fatto una cosa che ho inteso come commemorazione, ha donato al Moma un water, non è andato molto più in la, fa sorridere e può sembrare un modo per dire beh, è un ricordo di quella cosa di cento anni fa. Sono passati ben cento anni, però Cattelan è stato più intelligente perché lo ha fatto d’oro per dire che è prezioso, non è soltanto un water di quelli che vengono prodotti di design in multipli e poi l’ha messo nel cesso, lo ha rimesso nella sua funzione, uno va al Moma va a cacare, caca dentro l’opera, l’opera vale un sacco di soldi, però il water ha ripreso la sua funzione e ogni quarto d’ora viene ripulito. Questa è un’idea bizzarra, rimettiamo al posto giusto ciò che è stato tolto. Perché Duchamp portò un Orinatoio in un museo? Per un procedimento assai singolare per la libertà degli artisti, perché nei musei ci stanno delle cose importanti. Un Antonello lo metti in un museo, come in una banca, come un luogo protetto, un luogo prezioso, un luogo delle meraviglie. Se le meraviglie sono nel museo, il museo diventa il luogo delle meraviglie, qualunque cosa metta in un museo diventa un’opera d’arte. E’ un processo rovesciato, prendo un’opera qualunque, un oggetto, lo metto in un museo, la gente lo guarda come opera d’arte, sei abituato a vedere anche delle cose provocatorie, vedi un oggetto qualunque, questa è un’opera d’arte. Questo è importante ricordarlo perché in questa percezione il novecento è tutta una ricerca di far passare alcune cose che sono un tuo pensiero, una tua idea, una tua visione del mondo, come opere d’arte spesso riuscendoci, mentre prima le opere d’arte illustravano dei contenuti storici, religiosi, erano sublimazioni. L’Annunciata di Antonello, è una Madonna talmente sublime che proprio come la dipinge il pittore te la fa guardare come un capolavoro, ma il soggetto è un soggetto dato, è la madre di Cristo, quante sono le madri di Cristo nella pittura? Infinite, fino al momento in cui non hanno stabilito che un figlio può avere due padri. Il tema prevalente dell’arte era la madonna con il bambino, adesso avremmo il bambino con due San Giuseppe, ed è una evoluzione. Una volta c’era la mamma con il bambino, era bellissimo, se il tema è la maternità adesso hai due culi che producono un bambino. Siamo di fronte a molte rivoluzioni anche rispetto ai temi tradizionali. Ma con Nudi siamo fuori da questa logica perché siamo in un secolo, quando tu pensi al novecento, pensi all’astrattismo. L’astrattismo è forse la componente prevalente, più della provocazione in senso più preciso di un Orinatoio, più che l’informale, più che le mille avanguardie. L’astrattismo sembra vuol dire arte contemporanea. Cos’è un opera di arte astratta? E’ un’opera che non rappresenta niente, cioè non rappresenta la realtà, non la specchia, rappresenta un pensiero, un’idea, al punto tale che tra la rivoluzione del novecento l’astrattismo ne ha una che è veramente diabolica, poco dopo l’Orinatoio, comincia l’arte astratta più rappresentativa e quindi arriviamo ad un pittore che si chiama Piet Mondrian che fa delle cose che sicuramente rientrano anche nella visione di Nudi. Più avanti ancora, verso il 1951, un pittore taglia la tela. Quel taglio della tela è una grande rivoluzione perché, cosa fai invece che dipingere sulla tela? La tagli, quindi rendi il supporto impossibile da usare per dipingere e dici l’arte è finita perché vai oltre la tela. Certo è bella l’idea perché vedi quello che c’è dietro e come se dicessi cerchiamo di vedere che oltre le cose, c’è Dio, comunque vuol dire dopo di me non puoi fare più niente, come fai a dipingere e questo è un procedimento. Questo procedimento ne ha subito dopo un altro, siamo nel ’67 e nasce l’arte povera. Invece nell’arte medioevale il fondo è un fondo oro, fondo oro vuol dire, un fondo con una luce che è la luce di Dio, come nel mondo Bizantino, nel mondo Russo, tu hai questa immagine di proiezione verso lo spazio non reale. Poi arrivano Piero della Francesca e Antonello, prospettiva, vedi uno spazio dipinto con la prospettiva per dare il senso della profondità, poi vai avanti e arrivi al taglio della tela e ormai con il taglio della tela non c’è più niente. No c’è ancora qualcosa, un autore che si chiama Pistoletto inventa lo specchio, cioè sul fondo non c’è né l’oro né la prospettiva ma c’è uno specchio. A cosa serve lo specchio? E’ interessante come idea anche se molto fortunata e molto ripetitiva, ogni volta che guardi il quadro, il quadro cambia, perché lo specchio ha una sagoma che è una donna, un amico, una persona, che si applica come una fotografia sopra lo specchio, però poi tu passi davanti e ci sei anche tu, quindi il quadro cambia ogni volta, lo specchio ti pone un’infinità di varianti, che non ti poteva porre né il fondo oro e né il taglio della tela.

Poi ci sono e in questi anni sono diventate la cosa più importante degli anni ’70 e ’80, su cui Nudi evidentemente si muove, il segmento di quelli che dalla superficie della tela, prima e dopo il taglio, vogliono creare delle dimensioni non bidimensionali ma tridimensionali, ne vengono fuori autori che si chiamano, lo presentai per primo quando ero ragazzo, Agostino Bonalumi ed Enrico Castellani. Il primo morto il secondo ancora vivo. Questo artista ha avuto molto fortuna è ha fatto come nei dipinti di Nudi, queste che si chiamano estroflessioni, cioè delle protuberanze, delle tette ai quadri, li ha gonfiati, poi è arrivato uno che ha avuto molta fortuna che si chiama Simeti e quindi improvvisamente quelle opere di Castellani e ancora di più di Bonalumi che costavano venti o trenta mila euro sono arrivate a sfiorare il milione di euro. Il mercato ha premiato queste estroflessioni, generalmente quelle di Castellani sono monocrome, bianche, rosse e hanno queste numerose protuberanze che spingono in avanti attraverso, lo raccontava Nudi, un telaio con dei punzoni che spingono in avanti la tela e con una tendenza a far si che le forme siano autonome dai colori non dal colore, i colori posso essere dieci ma sempre lo stesso per ogni quadro, bianco prevalentemente o anche altri colori. Ma si pensa che è sufficiente l’elemento figurativo della spinta in avanti di questi punzoni per dare il senso del volume dello spazio, di ombre, quindi Nudi è tra i primi che introduce  i colori, cioè Nudi prende la tela estroflessa e la dipinge, ci mette sopra degli elementi per altro astratti, quindi è anche interessante poter fare una figura, una volta che hai spinto avanti la tela con tutte queste protuberanze potresti farci sopra un paesaggio, invece Nudi mantiene il rigore del colore astratto. Nudi tra un punzone e l’altro, tra un elemento che spinge in avanti, mette dei triangoli colorati e quindi rende vivo il colore la superficie. E’ una cosa abbastanza originale non è escluso che fra vent’anni, come è accaduto a Castellani, i quadri di Nudi costino due  milioni di dollari, quindi forse oggi è più conveniente prenderli, perché dici li pago di meno. Se il filone estroflesso ha il futuro che annunciano questi ultimi anni, Nudi è un ragazzo intelligente, si è messo nel filone giusto. Perché quando mi occupavo di Bonalumi e Castellani, beh Castellani era molto raffinato, era già molto considerato, perché l’idea era buona. E’ un’idea ulteriore il problema di trovare sulla tela, che è sempre la stessa, delle idee di mutamento di quello che tu rappresenti, anche in questo caso mutamento del supporto, fu questa l’idea dopo il taglio di Fontana che caratterizzò Castellani. Bonalumi aveva meno fortuna, ma quando lo ho conosciuto era un poverino che vendeva i quadri a cifre modeste, oggi Bonalumi anche lui è arrivato a toccare e superare il milione di euro. Invece l’estroflessione ha avuto fortuna, è una fortuna recente, infatti quando ho visto le immagini ho pensato che il giovane Nudi, ho capito che era giovane, aveva deciso, come uno decide di essere astratto, figurativo, informale può esserlo in un filone che è già partito e che ha i suoi rappresentanti, anche degli epigoni, di stare dentro questo filone, pensando che qui c’è una visione del mondo, è un’interpretazione. E’ stato il punto di vista che questi artisti hanno assunto e a cui Nudi sul piano tecnico e sul piano anche della pulizia dell’immagine si è orientato. Simeti è Siciliano, Castellani è di Rovigo, Bonalumi era della provincia di Monza, invece il nostro Nudi è calabrese, ma non è calabrese, calabrese proprio, è di un luogo della Calabria che non sembra Calabria, è di Rende. Conosco bene Rende, sono stato due volte deputato in Calabria, mi colpì il centro storico di Rende, in generale quella città, aveva avuto una civilizzazione, era diventata una città ben conservata per il suo centro storico, ho conservato nella mia mente un pensiero positivo di Rende. Rende è stata una città che ha avuto una politica evidentemente molto sveglia, e in una città come quella, posso crede che il giovane Nudi abbia capito che c’era spazio per l’arte, quindi che si sia formato in un’area dell’Italia difficile ma in cui c’era però un’attenzione, una sensibilità per le cose d’arte. Ha una buona provenienza Nudi, quando ho letto Rende dico beh è un ragazzo educato. Poi perché il gallerista ha puntato su di Nudi lo posso capire, credo l’abbia fatto per ragioni commerciali, questo giovane me lo porto vicino, se va come Castellani e Bonalumi siamo tutti ricchi e quindi voi fate una valutazione, su questo il critico in fondo serve a dare dei buoni consigli. L’artista è interessante, se avrà la fortuna che non solo merita, ma che lui ha concepito per se facendo questa scelta, perché non penso che quando si alza la mattina Nudi abbia  in mente un mondo estroflesso, Nudi lo fa apposta, nel senso che è convinto che questo sia un filone, c’è una volontà molto determinata di costruire quest’immagine dello spazio attraverso questa scelta e questo stile, per cui sicuramente è un giovane avveduto. Credo che ci sia dignità e impegno in questa scelta di Nudi e che quindi sia un’offerta di una cosa su cui si può riflettere. Nudi è un uomo che ha le idee chiare su quello che concepisce dell’arte contemporanea di fronte a qualcosa che oggi è di grande attualità e ha avuto un riscontro, pur essendo iniziata negli anni ’60 ’70, quindi ha consumato la sua corsa fino ad arrivare alla nostra attenzione nell’arco di più di quarant’anni, ma alla fine è uno dei momenti della grande arte italiana, che nel novecento non ha poi tanti momenti, c’è il futurismo, l’arte povera e pochi altri fenomeni. Questo a un certo punto è diventato un momento dell’arte italiana su cui il mondo riflette e quindi credo che questo abbia suggestionato e indirizzato la scelta di Nudi.

Discorso di Vittorio Sgarbi su Pier Paolo Nudi personale “Multivariarte” a Piacenza – 11 marzo 2017


Traslucenze

La collezione “Traslucenze” racchiude opere che cercano di cogliere la percezione invisibile, momenti e dimensioni che prendono il sopravvento al reale visibile, che in alcuni istanti viene soppiantato da quello che viene chiamato non reale, e diventa reale, immagine immaginaria della mente indotta da energie esterne a noi invisibili e impalpabili. I fattori fluttuanti vengono evidenziati con un’opera non figurativa, dove l’informe forma approssima le diverse dimensioni che influenzano l’esistenza, il quarzo e il cristallo velano le informe linee di colore e lo traslano. Si vede e non, non si tocca poiché il colore visibile é traslato dal quarzo, i tocchi di colori rappresentano gli eventi della vita, gli stati d’animo, determinati da una moltitudine di fattori che non possiamo toccare e vedere, ma nell’opera vivono.

Traslucenze, 2011, tecnica mista su tela, cm 100×70

Traslucenze, 2010, tecnica mista su tela, cm 70×120

Traslucenze, 2011, tecnica mista su tela, cm 50×70

Traslucenze, 2011, tecnica mista, cm 50×70

Traslucenze, 2011, tecnica mista, cm 70×100


Colori multivariati

La collezione “Colori multivariati”  (tassellatura del piano) include opere dove i contrasti cromatici spiccano, i poligoni inizialmente vengono colorati in maniera casuale e man mano che i poligoni vengono completati si passa alla scelta del colore da accostare, colore ragionato.

Colori multivariati, 2012, tecnica mista su tela, cm 100×70

Colori multivariati, 2012, tecnica mista su tela, cm 100×70

Colori multivariati, 2012, tecnica mista, cm 70×100


Come nasce la multivariarte

L’epoca in cui viviamo è quella del postmodernismo, che iniziò subito dopo la rivoluzione del 1968 e che portò forti cambiamenti. Con il postmodernismo si è visto che l’attenzione dal genere umano passa verso il singolo individuo immerso profondamente nella realtà del sistema societario. Le condizioni tecnologiche e economiche della nostra epoca hanno portato una società decentralizzata. La globalizzazione ha generato la moderna cultura decentralizzata determinando un sistema globale (la nostra società) proprio per i cambiamenti portati nelle comunicazioni, nei trasporti e nel settore manifatturiero. La perdita di un centro ci obbliga a svolgere una vita di transito perpetuo. La mia generazione, ha vissuto da adulta e sulla propria pelle i cambiamenti relazionali e tecnologici, che hanno rivoluzionato le abitudini di tutti i giorni. Il concetto di globalizzazione è un fenomeno concreto che spero aprirà nuove strade sconosciute per l’inventiva artistica. Il mondo ad un certo punto, quasi in modo immediato, diventa più piccolo, l’informazione fluttua più rapidamente grazie alla telefonia, a internet, percependo l’impressione di essere più vicini; cambiano definitivamente il modo di comunicare e di pensare (anche se, ancora oggi i popoli non sono pronti culturalmente a tutto ciò, poiché nel ventunesimo secolo si erigono muri che dividono popolazioni). Le relazioni personali, fisiche e sociali sono state rimpiazzate da quella elettroniche e virtuali, che portano chiunque a comunicare, in qualsiasi momento, con qualunque parte del mondo. Le relazioni umane navigano in un sistema astratto tecnologico e l’individuo viene trasformato in codice alfanumerico. Inoltre lo sviluppo della scienza è alla base di questa importante trasformazione delle condizioni di vita, dei rapporti sociali, della concezione della realtà, e dalla nascita di nuove tecnologie. Il ventunesimo secolo ha una significativa evoluzione del concetto di scienza, proprio nel delinearsi del carattere tendenziale e probabilistico, attribuito alle leggi scientifiche. Queste osservazioni di cambiamento, basandoci sul postmodernismo e la scienza, portano a vivere le relazioni interpersonali in modo diverso e tecnologicamente, l’individuo viene bombardato attimo per attimo da una miriade di fattori palpabili e non. La multivariarte, guarda e osserva in parte le infinite relazioni che si combinano nell’uomo e tra l’uomo, imitando la vita. L’intuito è guardare ai nostri tempi, alla scienza e all’operato di grandi maestri tramite l’arte. Oggi si assiste a forti dibattiti sul rapporto tra arte e scienza, e a mettere in crisi il sistema è la messa in discussione del principio dell’oggettività del metodo scientifico, prodotto di un perfetto razionalismo di una verità univoca e certa, rispetto all’opera d’arte come un prodotto della irrazionalità. Non c’è dubbio sul rapporto arte e scienza, le due realtà culturali appartengono a mondi diversi, anche se sono manifestazioni culturali che stringono la stessa percezione di ricerca di significato che risiede nell’uomo. La scienza, sostiene che le leggi e i propri enunciati siano validi, necessità sconosciuta all’arte, che è un’esperienza metafisica, e mai oggettiva. Il matematico svizzero Armand Borel, ha pubblicato un saggio “Mathematics: Art and Science”, nel quale sostiene che la matematica prima è un’arte e poi una scienza, poiché procede inizialmente in modo intuitivo e disordinato come l’artista, successivamente valuta i concetti matematici nell’individuazione di principi teorici oggettivi. L’educazione estetica artistica e quella scientifica orientano la formazione di massa in direzioni veramente diverse. Il mio personale sguardo, va verso una scienza definita non deterministica, che forma metaforicamente lo spunto e la partenza della multivariarte. E’ una scienza relativamente giovane il cui contenuto non è ancora visibile in modo corretto, voglio dire che la maggior parte delle persone che pensa alla statistica si confonde con le statistiche: dati, tabelle, grafici, indici, medie, ma la statistica è altro. Quando dico che è una scienza relativamente giovane, bisogna pensare che inizia come un’attività pratica, accompagnata da una riflessione teorica “metodologia”.

I primi approcci risalgono al diciassettesimo secolo e sono state aiutate dallo sviluppo avuto dalla matematica e dalla visione galileiana. Quando un’attività diventa sempre più complessa e frequente, sorge la necessità di stabilire un metodo per la sua applicazione. In merito a questo ricordiamo che la prima Università italiana ad aver una cattedra di statistica fu quella di Napoli nel 1812. A tale disciplina era attribuito solo il compito di descrivere i fenomeni collettivi e non l’investigare sulle leggi che li possono governare. Questi primi metodi portavano, l’esclusione della statistica come scienza. Quando nella metà dell’ottocento l’insegnamento della statistica a Padova viene assegnato ad Angelo Messedaglia, inizia a svilupparsi la scuola italiana di statistica. Notevole importanza assume Antonio Gabaglio, statistico della seconda metà del diciannovesimo secolo, che tenta una sistemazione metodologica e mostra la sua idea di evoluzione della statistica. Corrado Gini è il più importante statistico italiano degli inizi del ventesimo secolo, che si laureò in giurisprudenza per poi appassionarsi alla statistica. Molto significativo il suo discorso “I pericoli della statistica”  tenuto per l’inaugurazione della Società Italiana di Statistica nel 1939, nel quale mette in guardia gli studiosi contro l’infondatezza logica di certi procedimenti, buttando così le basi per la revisione sistematica dei principi della metodologia statistica. M.G. Kendall, stabilisce che la statistica è un metodo generale, un linguaggio comune e serve per ottenere imperfettamente conclusioni probabili di popolazioni conosciute. Il suo carattere generico, oltrepassa le frontiere tra le differenti scienze. Questo senso generico unito alla preoccupazione per formalizzare la validità dei risultati, ha situato la statistica nel resto delle scienze e gli dà il carattere di strumento del metodo scientifico. Un punto centrale della discussione è, come fa Maurice George Kendall, distinguere la matematica dalla statistica come scienza della certezza e dell’incertezza, caratterizzando la statistica come una scienza che cerca di stabilire i limiti dell’incertezza.

La statistica, che voglio mettere in gioco, per la mia personale cultura, la definisco statistica complessa, la quale copre ormai quasi tutti i campi scientifici. Quando dico una scienza definita non deterministica, intendo dire che la matematica non lascia dubbio, stabilendo che 2+2=4; invece la statistica espone il problema di sommare due quantità ed analizzare la validità del risultato. La statistica è presente in tutte le scienze e rappresenta uno strumento essenziale per la scoperta di leggi e relazioni tra fenomeni, intervenendo in tutte le situazioni nelle quali occorre assumere decisioni in condizioni di incertezza, si conferma un momento importante della ricerca scientifica. Però di fatto pochi sanno che l’handicap di tutte le scienze è quello di non riuscire a rappresentare graficamente più di tre dimensioni o assi; la statistica con tecniche complesse riesce a rappresentare sul bidimensionale fenomeni che dipendono da una molteplicità di fattori, che fluttuano nella multidimensione. Tutto questo mi fa pensare acquisendo questo approccio statistico che l’artista in effetti è da sempre un buon osservatore dell’uomo e della sua epoca rappresentando e comunicando tramite l’arte.

La multivariarte si basa centralmente sull’uomo e sulla vita, e l’uomo e la vita vengono visti come risposte correlate da una moltitudine di fattori invisibili. L’aspetto che voglio mettere in evidenza si basa sulla osservazione e sulla comunicazione, guardando metaforicamente a metodologie ed approcci, che rappresentano fenomeni dipendenti da più variabili riuscendo a rappresentare graficamente sul piano la multidimensionalità. Per fare un pò di date si pensi che nel 1933 Harold Hotelling fonda l’analisi delle componenti principali e nel 1935 l’analisi della correlazione canonica entrate in uso nel 1970; nel 1935 Robert Tryon introduce il termine cluster analysis, nel 1979 Bradley Efron pubblica “Bootstrap methods:another look at the jackknife”. Oggi queste tecniche sono utilizzate in molte discipline, per fare un esempio sono applicate da multinazionali per le indagini di marketing, nonché nella psicologia, nella sociologia, nella politica, nella biologia, nella medicina, ecc. La statistica, ha sviluppato diverse metodologie e tecniche utilizzate in diversi campi, come l’analisi fattoriale, la cluster analisys, l’analisi delle componenti principali, l’analisi discriminante, l’analisi delle corrispondenze multiple, che riescono a dare e visualizzare sul piano un grafico, che riporta la multidimensionalità o tiene conto della multidimensionalità. Sicuramente la statistica si basa su principi oggettivi cercando di mantenere intatti la rappresentatività e la significatività del fenomeno rappresentato. Però per la mia personale esperienza ci sono fasi nell’applicazione di determinate tecniche, dove agisce una soggettività del professionista (che definisco genuina) che studia un fenomeno. Le scelte che il professionista può svolgere nelle diverse fasi dell’applicazione di una tecnica  dipendono principalmente dalla sua esperienza e dalla sua conoscenza del fenomeno sotto studio. Ad esempio per una delle tante tecniche e applicazioni, che si chiama cluster analisys gerarchica, viene effettuato ad un certo punto dell’analisi un taglio del dendrogramma, per la realizzazione di gruppi di dati omogenei al loro interno e eterogenei al loro esterno; questo taglio a secondo del livello che si effettua varia il numero di gruppi realizzati, scelta che può variare da professionista a professionista, anche se si studia lo stesso dataset i risultati possono variare per una scelta diversa dell’utilizzo del legame metrico (metrica).

“Ricordo una esercitazione all’università, un modello di regressione multiplo da studiare, con l’obiettivo di ridurre a 3 le 15 variabili esplicative, individuando le tre migliori variabili che influenzavano la risposta; il lavoro consisteva nell’eliminazione delle variabili ridondanti e non esplicative, e la loro eliminazione si basava sulla significatività di determinati test e analisi (e non proseguo oltre poiché ad un lettore non esperto può diventare difficile la lettura di queste terminologie). Tutti i trenta allievi siamo arrivati a tre variabili ma con un modello uno diverso dall’altro, cioè ognuno di noi con tre variabili diverse. Sicuramente molti erano modelli errati, poiché molti allievi non hanno letto bene i test di significatività e altri coefficienti, però una piccola parte di allievi aveva trovato dei modelli buoni, che si adattavano, ma sostanzialmente diversi.”

Voglio cogliere questa soggettività genuina, che esiste in queste tecniche statistiche, e cogliere la parte statistica camaleontica che cambia colore adattandosi all’habitat circostante. Voglio appropriarmi della soggettività del professionista, nelle scelte che effettua nelle diverse fasi di applicazioni di tecniche complesse, per lo studio e la sintesi di molti fattori che influenzano un fenomeno, e della capacità di realizzare graficamente sul piano, rispetto a due o tre dimensioni, la multidimensionalità, come spunto per la realizzazione di un’opera. Immagino un’artista che cerca di svolgere le sue osservazioni indagando in modo profondo l’aspetto che vuole mettere in evidenza, riportando sul piano della tela più dimensioni e i diversi aspetti significativi che influenzano profondamente l’uomo con l’arte. Immagino un artista dell’uomo e della vita che indaga profondamente le relazioni che intercorrono tra l’uomo e l’uomo, tra l’uomo e il sistema artificiale, tra l’uomo e il sistema naturale, tra l’uomo e l’universo interiore, tra l’uomo e l’universo. Inoltre c’è da dire che grandi maestri del passato si sono sforzati di andare oltre il piano restrittivo, guardando e osservando oltre. Il cubismo determinò la nuova dimensione plastica della pittura moderna, una sintesi e un’analisi di tipo geometrico, cercando di analizzare la realtà secondo criteri originali. I concetti di spazio e tempo, indagati dalle nuove considerazioni del tempo scientifiche e filosofiche, fondano una nuova visione del soggetto, trovando un originale criterio di scissione della realtà. Il critico Guillaune Apollinaire nel 1911 scriveva “non si tratta di un’arte di imitazione, ma di un’arte di concezione, che tende ad elevarsi fino alla creazione”, voleva dire che si dipinge secondo l’attuazione di un pensiero. Apollinaire arriva a dedurre una quarta dimensione, che non cautela più la geometria euclidea, ma accenna ai concetti di spazio e tempo espressi in pittura. Inoltre nel 1913 pubblicando il libro Les peintres cubistes, affronta il superamento delle tre dimensioni euclidee rimproverando i nuovi pittori il fatto di avere delle apprensioni geometriche. I nuovi pittori, non si sono presentati geometri, semplicemente per una preoccupazione basata sul principio dell’oggettività della scienza, non curandosi che in quegli anni gli scienziati non si limitavano più a considerare le tre dimensioni della geometria euclidea, e non occupandosi di nuove possibili misurazioni della dimensione, che nel linguaggio dei moderni studi del tempo venivano definite col termine di quarta dimensione. Picasso cercava di superare la tridimensionalità dalla sequenza degli stati, era tormentato dal processo della sequenza degli stati e dal loro risultato complessivo in quanto serie. Sembra che, nel 1945, avesse attuato un concetto parlando, di una delle sue tele: “Se fosse possibile, la lascerei com’è, a costo di ricominciare e portarla ad uno stadio più avanzato su un’altra tela. Poi farei lo stesso anche con quella… Non ci sarebbe mai una tela finita, ma solo i diversi stati di un singolo quadro, che normalmente scompaiono nel corso del lavoro”. Nella simultaneità delle percezioni di Boccioni si vive proprio la sintesi del doppio aspetto spazio e temporale, offre di un oggetto numerosi punti di veduta, riporta più volte la sua rappresentazione nel quadro e riesce a donarci il movimento multiplo, che può essere concepito come una ulteriore dimensione rappresentata nel bidimensionale. Inoltre il futurismo con Giacomo Balla nel manifesto “la ricostruzione futuristica dell’universo” spiega le ricerche precedenti dedicate alla velocità delle automobili: l’artista dopo averne sperimentato a lungo gli esiti, aveva percepito che il bidimensionale della tela non poteva riprodurre la profondità del volume dinamico, infatti costruì il primo complesso plastico dinamico. Tutto questo mi fa pensare che se questi grandi maestri, che hanno guardato la scienza, fossero esistiti oggi si sarebbero sicuramente appropriati delle nuove scoperte scientifiche come metodo estetico, e il piacere della manualità nella realizzazione dell’opera d’arte, e forse Balla avrebbe superato il suo problema della limitatezza bidimensionale della tela (che scrisse e esternò nel manifesto).


Approssimazioni

La collezione “Approssimazioni” contiene opere con l’interesse di indagare e studiare il colore. Contrasti tra colori caldi e freddi e contrasti complementari.  Il colore inoltre si alloggia nei segni creati sulla superficie, utilizzando la tecnica mista, per tentare di far lavorare il colore nel cromodinamico grazie alla luce e al supporto irregolare.

Approssimazioni, 2010, tecnica mista su tela, cm 100×70

Approssimazioni, 2011, tecnica mista su tela, cm 100×70

Approssimazioni, 2011, tecnica mista su tela, cm 50×70

Approssimazioni, 2011, tecnica mista su tela, cm 70×50


Osservando l'arte moderna

Osservando l’arte moderna,  si deduce che l’arte arriva ad un limite, ad una cesura, e fa un’osservazione naturale voltandosi indietro, un’osservazione costruttiva  per se stessa. Il “passo indietro”, deve essere visto come punto di partenza per una nuova evoluzione artistica rassicurandosi della base artistica esistita, che definisco “base oggettiva”. Analizzando la forma o la morfologia artistica espressiva più vicina a noi, si evidenzia nel purismo un ritorno romantico al passato, nel novecento italiano (ritorno all’ordine), che rappresentò gran parte dell’ambiente artistico italiano tra gli anni venti e trenta, si evidenzia un’unione figurativa semplificata ma sempre realista, riconquistando la tradizione della forma definita. Anche dopo diversi anni si ritorna alla capacità manuale con la transavanguardia, dopo che l’arte ha donato e ha camminato spedita su forme  e concetti; ma con il temine del postmodernismo si è arrivato al rifiuto della tesi della modernità. Nel 1979 il filosofo Jean-François Lyotard ha sostenuto la fine dell’epoca moderna, espandendo il concetto alla condizione esistenziale. Il postmodernismo apre una nuova era di sfiducia, mettendo in crisi i basamenti dell’epoca moderna. Tutto questo ha scaturito i principi moderni di forme espressive più vicine all’individualità, di stili che generano un’interruzione nell’arte e la smaterializzazione dell’opera; e non solo tutto ciò diventò un principio teorico, ma diventò un principio politico che portò alla protesta nel maggio del 1968. “La smaterializzazione dell’opera e l’impersonalità esecutiva, caratterizzante l’arte degli anni settanta secondo uno sviluppo rigorosamente Duchampiano, trovano un loro superamento nel ripristino della manualità, nel piacere di un’esecuzione che reintroduce nell’arte la tradizione della pittura”,scrive Achille Bonito Oliva (1982), anno in cui teorizzò il movimento della transavanguardia: “La transavanguardia ha risposto in termini contestuali alla catastrofe generalizzata della storia e della cultura, aprendosi verso una posizione di superamento del puro sperimentalismo di tecniche e nuovi materiali e approdando al recupero dell’inattualità della pittura”. La novità e l’originalità dell’opera vengono superate e osservate con sospetto perché l’idea dominante era che tutto fosse già stato fatto. Transavanguardia significa “attraversamento” in contrapposizione con “avanzamento”, analizzando il linguaggio come passaggio alle diffusioni stilistiche. La multivariarte, significa traslazione, e vuole realizzare opere che, nella loro limitatezza bidimensionale e tridimensionale, mantengono sempre una manualità esecutiva. Bonito Oliva negli anni ’70 ha colto alcune peculiarità nell’ambiente artistico dell’ultimo periodo concettuale, come il cosiddetto “passo delle strabismo” inteso come modo in cui questi artisti svilupparono il proprio stile guardando indietro o di lato, ma non verso gli assolutismi. La Multivariarte si basa sulla “passeggiata dell’ubriaco”; ubriaco nel corpo ma sobrio nella mente,  il movimento da un punto di partenza tende ad andare in avanti, ma non si sposta in modo rettilineo, si sposta facendo un passo a sinistra o a destra e a volte un passo indietro, portando ad avere una visione artistica quasi completa. Questa passeggiata mi fa pensare alla dicotomia e nel mezzo ci sono una moltitudine di fattori che portano a realizzare quel risultato dicotomico. Questo concetto mi fa riflettere sulla ricerca filosofica di due francesi Gilles Deleuze e Felix Guattari, che scrissero “Millepiani” in cui contrapponevano il modello canonico filosofico che permetteva soltanto due risposte, affermativa e negativa, a quello rizomatico. Il rizoma è un tubero e viene contrapposto da Deleuze e Guattari all’albero e alla radice: la struttura cresce rispetto a un orientamento gerarchico, diverso è il procedere del rizoma che si sviluppa secondo configurazioni decentrate e in cui ogni parte può essere connessa a un’altra senza passare da un punto prestabilito. Il rizoma è un tipo di radice che non ha un centro, ma ha dei nodi; i due filosofi introducono il termine rizoma per descrivere la teoria e la ricerca che permettono interpretazioni e rappresentazioni multiple, non gerarchiche, e sempre in evoluzione.

Questo aspetto si avvicina alla multivariarte che vuole esprimere e mettere in evidenza rappresentazioni multiple. La multivariarte accetta anche il risultato dicotomico (affermativa e negativa), osservando il risultato finale e i fattori multipli che hanno determinato quel risultato dicotomico, che sono intrinsechi tra 0 e 1, fattori invisibili e impalpabili che intersecano e tendenzialmente si avvicinano a 0 e a 1 e ne determinano il risultato 0 o 1.

“Un bravo alunno universitario oggi ha un esame importante da affrontare, e il programma da svolgere è molto pesante; questo bravo allievo studia perfettamente tutto il programma ma sottovaluta un piccolo opuscolo di 30 pagine composto di tre capitoli e ogni capitolo di 5 paragrafi. Il bravo allievo dopo aver studiato bene i nove libri del programma legge l’opuscolo consigliato dal docente durante l’ultimo giorno del corso, però è così stanco che non riesce a leggere ultimo paragrafo dell’ultimo capitolo. Il giorno dopo è l’ora dell’esame ma, ahimè, il docente la sera prima viene  lasciato dalla fidanzata, si rompe la macchina durante il tragitto, prende il pullman, ma quando scende arriva un acquazzone e si bagna tutto, pensando all’ombrello lasciato in macchina. In sede di esame il docente con un animo disturbato chiama per esaminare il bravo alunno e gli chiede di illustrare proprio quel paragrafo numero 5 del terzo capito di quel libricino da leggere. Il risultato è che l’alunno è stato bocciato.”

Quello che voglio dire nella dicotomia promosso o bocciato, è che il risultato dell’esame è stato influenzato da una molteplicità di fattori non controllabili, virtuali, latenti, che hanno indotto ad un risultato finale. La multivariarte cerca di  indagare proprio questi fattori multipli, che coinvolgono l’uomo e la sua esistenza, rappresentando parte di quei fattori che non hanno materia e forma, che si sentono ma non si afferrano e tendenzialmente danno la direzione della nostra vita e della nostra società, rappresentando più dimensioni (oltre la quarta dimensione) sul piano della tela. Non si analizza più il centro di un quadrato, ma il centroide di un cubo; infatti se ci si sposta si vede un lato, se ci si sposta ancora si vede un altro lato, e ci si accorge che la forma che stiamo analizzando è un cubo, non più una faccia ma sei facce, e il centro del quadrato diventa il centroide. Scrisse Cézanne: “Lo stesso soggetto visto da angolazioni diverse, offre una materia di studio così interessante e varia, che credo potrei lavorare per mesi senza cambiare posto, solo inclinandomi un po’ a destra e un po’ a sinistra”. L’evoluzione o l’intuizione é di rappresentare non solo il centroide ma tutti i fattori multipli che sono all’esterno del cubo che colpiscono i sei lati del cubo e influenzano il centroide (l’uomo), svolgendo un lavoro estetico artistico che dal particolare va verso il generale (introspezionismo) o dal generale va verso il particolare (multivariarte), come se guardassimo, non con un binocolo, ma con un imbuto invertendolo in base a quello che si vuole esprimere tramite la rappresentazione artistica. L’uomo ha nella sua natura la sintesi e la rappresentazione di tutti quei fenomeni non controllabili che lo circondano, poiché non viviamo nel puro adimensionalismo, ma nell’incerto, ed è proprio questa componente che crea determinati eventi non controllabili, che toccano il cuore, la mente e l’anima, e  danno la direzione e la forma del sentimento, della riflessione e dell’immagine da rappresentare. Le rappresentazioni bidimensionali e/o tridimensionali sono riduttive rispetto fenomeni che sono correlati da molteplici fattori, poiché più dimensioni non sono rappresentabili o rappresentabili in parte tramite il “metodo Multivario Art“. L’artista multivario rappresenta  sul  piano della tela fenomeni inventati dall’uomo, dalla natura, o sentimenti che dipendendo da una serie di fattori. Tutta la ricerca è una dilatazione che, attraverso le forme del pensiero multivariato artistico, ritorna alla percezione della realtà, che alimenta l’intuizione e la rappresentazione; ma questo movimento continuo attira energia, che crea un’immagine rappresentabile ed esternabile tramite l’arte.


Gala de l'Art 2016 con Katia Ricciarelli - 1° classificato

Manifestazione culturale Patrocinata dall’Ambasciata d’Italia nel Principato di Monaco fortemente voluta, e sostenuta dalla Iori Casa d’Aste, la galleria d’arte Piacentina, da decenni punto di riferimento Nazionale per il mercato dell’arte moderna e contemporanea. Tutto parte da un’idea di Stefano Iori, direttore della galleria, che, presente nel Principato di Monaco da diversi anni anche con altri eventi, ha intuito l’importanza di continuare e far conoscere il florido panorama Artistico contemporaneo Italiano. Nasce così il Galà de l’Art, una vera e propria kermesse Artistica che negli anni ha portato alla ribalta dei riflettori Monegaschi decine di Artisti.

 KATIA RICCIARELLI MADRINA A MONTECARLO

PER LA QUINTA EDIZIONE DEL GALA DE L’ART 2016

Il prossimo 25 di Giugno alle ore 17.00 presso l’hotel Fairmont a Montecarlo andrà in scena la quinta edizione del Galà de l’Art. Oltre al concorso per Artisti ed esposizione d’arte l’appuntamento di quest’anno si arricchisce anche della prestigiosa presenza di Katia Ricciarelli che per l’occasione presenterà “Vi canto una storia”, un interessante libro scritto a quattro mani con Marco Carrozzo, che spiega in chiave favolistica l’affascinante mondo della lirica a un pubblico di ragazzi . Invariata resta la formula del concorso artistico curato dalla Iori Casa d’Aste, GlobArt e Artepremium. Anche quest’anno, numerose sono state le richieste di partecipazione da parte di Artisti. Tra questi un team di esperti d’arte ha selezionato il gruppo che esporrà nelle prestigiose sale dell’Hotel Fairmont.

Nella giornata del 25 una giuria composta da: l’Ambasciatore Reggente Dott.re Giuseppe Folino, la Grande Uff.le della Repubblica Italiana Katia Ricciarelli, il Prof. Vladimir Cicognani , il Dott.re Giuseppe Sergio Carlo Ambrosio, il Direttore Stefano Iori, il Prof Carlo Misuraca, il Dott.re Andrea Bellusci, decreterà i tre migliori artisti che avranno il privilegio di esporre le loro opere per circa un mese all’interno delle sale di rappresentanza della sede dell’Ambasciata Italiana a Monaco.

con il patrocino DELL’AMBASCIATA  D’ITALIA NEL PRINCIPATO DI MONACO

IN OCCASIONE DELL’INCONTRO CON GLI AUTORI

 HANNO IL PIACERE DI PRESENTARE

KATIA RICCIARELLI  E  MARCO CARROZZO

CON IL NUOVO LIBRO  

VI CANTO UNA STORIA

“L’opera raccontata ai ragazzi”

 

 “…L’Arte in una parola…” 

Un Gala non è solo una cornice, ma sintesi dell’Io che vuole esprimere se stesso. Grandi Maestri e sensazioni che appieno lasciano spazio a quello che, solo il cuore, riesce a realizzare attraverso l’estro. Il Mondo, l’Universo incontrastato accarezzato dai leggeri colpi di pennello che segnano la tela, come le grandi idee cambiano la Nostra umanità. Forme, simboli e spiritualità che miscelano le filosofie della vita. Corre il tempo portando con se il Nostro corpo ma mai, come l’Arte, potrà divorare quel che al futuro consegniamo.    

  

” Ci sono pittori che dipingono il sole come una macchia gialla,

 ma ce ne sono altri che, grazie alla loro arte e intelligenza,

 trasformano una macchia gialla nel sole.”

 ( Pablo Picasso ) 

 …Omaggio alla bellezza, questo è Gala de l’Art…  

 

KATIA RICCIARELLI

MADRINA A MONTECARLO DEL GALA DE L’ART 2016

«BELLO DARE VOCE ALLA CULTURA E ALLA LIBERTA’ DI ESPRESSIONE»

 

Katia Ricciarelli sarà la madrina d’eccezione della quinta edizione del Galà de l’Art che avrà luogo il prossimo 25 di Giugno alle ore 17.00 presso l’hotel Fairmont a Montecarlo.

«Sono felice e onorata di essere madrina di questo prestigioso concorso artistico» ha dichiarato Katia Ricciarelli. «In questo clima di aridità generale adoro gli eventi come questo, organizzato dal mio amico Stefano Iori, che danno voce alla cultura e alla libertà di espressione» 

 Il noto soprano presenterà nel corso dell’evento il suo ultimo libro “Vi canto una storia”, scritto a quattro mani con Marco Carrozzo, che si ripropone di avvicinare il pubblico più giovane alla musica lirica, attraverso il mondo delle fiabe. 

«Con questo libro mi piaceva far avvicinare i bambini a questo mondo fantastico, straordinario, in maniera naturale, soft, disincantata» ha spiegato la cantante, vera icona della musica lirica in Italia e nel mondo.

«Volevamo, in questo modo, sfatare la falsa credenza di molti genitori che pensano che il mondo dell’opera sia una “esperienza” noiosa e troppo complicata da far comprendere ai loro figli.

In fondo, è risaputo: i bambini vedono le stesse cose che vediamo noi grandi, ma con occhi diversi»

 


Evanescenze

La collezione “Evanescenze” include opere che trasportano elementi che si discostano dai canonici materiali pittorici arrivando così a ottenere un forte impatto visivo. Sul supporto la materia delinea forme che sono sempre svincolate da rigide simmetrie ed inflessibili schematismi, i giochi di luce, colore e materia provocano e propongono suggestioni e riflessioni. E’ una sorta di immersione negli strati della materia e nel contempo della psiche. I lavori si distaccano fortemente dalla realtà e protendono verso una ricerca plastica più adatta ad esprimere una spiritualità contemporanea nella continua riscoperta del fascino dell’Io. Si realizza e si identifica il passaggio tra la luce esteriore e la luce interiore, tra l’identità delle cose e l’analisi dei moti della coscienza. La superficie dell’opera è una porzione di un piano immaginario infinito che si inviluppa con altri piani e i segni a forma di arco (momenti impalpabili di vita) si incrociano e fluttuano sul piano.

Evanescenze, 2010, tecnica mista su tela, cm 100×70

Evanescenze, 2010, tecnica mista, cm 40×50

Evanescenze, 2011, tecnica mista su tela, cm 70×50


L'arte guarda la scienza

Se penso a Luca Paccioli, Leon Battista Alberti, Leonardo Da Vinci, Piero della Francesca che non solo sono stati artisti, ma anche scienziati e matematici, mi e veramente difficile scindere l’arte dalla scienza e viceversa. Gli studi sulla prospettiva di Piero della Francesca riportata nella sua pittura era realizzata secondo le regole del disegno geometrico. Il realismo di Leonardo, Mantegna e Michelangelo, derivano da precisi studi di anatomia compiuti su cadaveri. La scelta di piante e di animali che decorano i quadri non erano casuali; animali e piante potevano essere preferiti per la loro rarità e la presenza di certe configurazioni di nuvole nei quadri del rinascimento determinavano l’attenzione allo studio dei cambiamenti climatici. La realizzazione di un’opera d’arte era un espressione complessa di scienza e di cultura artistica. I canoni dell’artista rinascimentale erano anche canoni riconosciuti dalle avanguardie scientifiche di quei tempi. I pittori Signac e Seurat della corrente definita neoimpressionista, furono attirati dalle ricerche ottiche degli scienziati, dediti nel tentativo di contrastare all’empirismo impressionista leggi e teorie precise, basandosi sulla propria interpretazione del veduto. Seurat intende ricostruire l’impressione classica, su basi nuove e scientifiche; rimase così incantato dalle teorie ottiche di Eugène Chevreul, autore nel 1839 del trattato De la loi du contraste simultanè des couleurs. E’ lo stesso Chevreul, nel saggio De l’abstraction considérée relativement aux Beaux-Arts del 1864, scrive che “le Belle Arti ci propongono solo astrazioni, anche quando ci offrono un’opera che apparentemente riproduce un’immagine concreta”. Cezànne tratta la natura secondo il cilindro, la sfera, il cono, il tutto messo in prospettiva geometrica. Nel 1907 Picasso termina il ritratto di Gertrude Stein e incomincia il quadro “Demoiselles d’Avignon”, che apre l’arte ad una analisi nuova della realtà secondo concetti di spazio e tempo, facendo pervenire le prospettive multiple da un’inedita elaborazione della percezione dei volumi e della profondità. Il lavoro svolto da Picasso in relazione al materiale sulle  Demoiselles, per la realizzazione dell’opera, ha generato un grande lavoro di ricerca, creando centinaia di studi di tutti i tipi, schizzi e figure abbozzate per studiare come organizzare la rappresentazione di movimento e forme, schizzi fondamentali per la realizzazione delle Demoiselles. Picasso conosceva bene l’opera di un predecessore alla ricerca della bellezza ideale, Albrecht Dürer, che aveva condotto per tutta la vita studi antropologici dettagliati sulle proporzioni umane, iniziando da un sistema empirico sempre più meticoloso di misurazioni accurate, per poi indirizzarsi verso un principio di proporzioni fondate su rapporti numerici e rappresentazioni geometriche. Infatti Picasso nei disegni di Dürer, vide un approccio ragionato e bilanciato a un nuovo principio di bellezza. Non solo Werner Spies ma anche D. Lomas mettono in relazione i disegni di Picasso con i contemporanei studi antropometrici nel campo dell’antropologia fisica, che cercava di determinare scientificamente le caratteristiche delle fisionomie etniche del mondo. Picasso fece di più, sintetizzò l’insieme ideale e antropologico in quel che ha definito “un nuovo tipo di bellezza” rispetto gli antropologi della scuola darwiniana e Dürer. Picasso è venuto probabilmente a conoscenza del taccuino di Dresda di Dürer, nel quale cerca di armonizzare i rapporti variabili fra forma astratta e naturale, tramite lo storico dell’arte e critico tedesco Wilhelm Ulde, anche se qualche anno dopo sarà pubblicato dalla editio princeps l’intero lavoro di Dürer. Wilhelm Ulde ha elaborato i primi testi critici durante e dopo la creazione delle  Demoiselles, ed è stato lui probabilmente a far conoscere il lavoro di Dürer a Picasso, che ne fu affascinato mentre stava meditando Les Demoiselles d’Avignon. I futuristi con la fotografia si basarono sulle indagini in campo scientifico: sia in Francia che negli Stati Uniti, negli ultimi decenni dell’ottocento, vengono effettuate tecniche di misurazione del moto di uomini e animali con registrazione in sequenza ritmica, tecniche a cui gli artisti futuristi osservano con grande attenzione. Il medico francese Jules-ètienne Marey è l’inventore della cronofotografia, i cui studi erano indirizzati all’analisi della fisiologia umana. Le ricerche sviluppate da Eadweard Muybridge, erano collocare lungo un percorso una successione di macchine fotografiche equidistanti tra loro, che fornivano uno scatto fotografico progressivo di un soggetto in movimento, ne risulta un insieme d’immagini che certifica il transito di un corpo. Le indagini di Muybridge si svolgono sugli animali e convergono nel 1887 nell’opera Animal locomotion.

Queste scoperte scientifiche furono acquisite dai futuristi, primo tra tutti Giacomo Balla, che fa delle sequenze dinamiche interi cicli creativi e Anton Giulio Bragaglia che fa una specifica sperimentazione fotografica e nel 1911 pubblica Fotodinamismo futurista. Kandinskij pubblica nel 1926 il saggio “Punto, linea, superficie”, un testo che propone una visione rigorosa, razionalista della pittura, tradotta in un mondo di forme sempre più geometriche. Questo nuovo concetto realizzato è segnato nel 1922 dall’incarico come docente di pittura murale e di teoria della composizione presso il Bauhaus di Weimar. L’indirizzo razionalistico della scuola, si riflette nelle composizioni dell’artista che preferisce opere calibrate da rettangoli, cerchi e triangoli. L’ingegnere Calder Alexander a Parigi inventa una nuova ideazione che disloca il concetto di gravità e peso della materia. I suoi pensieri suscitano uno sconvolgimento copernicano, di sculture sospese in aria, definite, Mobiles, da Duchamp. Il movimento dei Dada, che nasce sotto il segno della negazione, accoglie come regola estetica il principio della casualità, un’espressione artistica che esplora esercizi aleatori. Il principio della casualità, visto come caso e l’assenza di regole non devono essere visti come assenza di impostazioni, ma come consapevolezza che certe situazioni o fenomeni con gli stessi presupposti di base, si possono manifestare in infiniti modi differenti. Il caso è da intendere come una nuova dimensione concettuale che lascia spazio all’imprevisto, all’evento inaspettato; in questo modo il caso è concepito come principio di indeterminismo, ingrediente fondamentale di determinate scienze. Scrisse Tristan Tzara: “Prendete un giornale. / Prendete le forbici. / Scegliete nel giornale un articolo della lunghezza che desiderate per la vostra poesia. / Ritagliate l’articolo. / Ritagliate poi accuratamente ognuna delle parole che compongono l’articolo e mettetele in un sacco. / Agitate delicatamente. / Tirate poi fuori un ritaglio dopo l’altro disponendoli nell’ordine in cui sono usciti del sacco. / Copiate scrupolosamente. / La poesia vi somiglierà …”. La stessa pratica è svolta da Hans Arp, che realizza opere lasciando cadere su un supporto, carta o disegni eseguiti da lui fatti a pezzi, che poi ferma nella posizione in cui si sono disposti (Quadri sistemati secondo la legge del caso, 1916). Lucio Fontana in Argentina nel 1946 pubblicò il manifesto Bianco, con il quale manifesta il suo pensiero il cosiddetto spazialismo, un movimento che si prospettava di adattare il linguaggio dell’arte all’evoluzione scientifica, l’apertura verso mezzi tecnici che fossero al passo con le scoperte della scienza e un offerta alle prime esplorazioni spaziali. Nel 1957 il gruppo Zero, come anche Fluxus, hanno rigettato l’individualismo, prospettando un concetto ideale di arte fondata sulla tecnologia, secondo l’idea del Bauhaus. Oggi, il rapporto tra arte e scienza è cambiato, poiché una parte di quella che viene chiamata scienza è applicazione tecnologica, e qui entrano in gioco la video-arte, i net artisti, il design, l’architettura, il restauro ed altro. Le nuove generazioni che ormai vivono in un ambiente di tecno-cultura, non distinguono più la separazione tradizionale tra arte e scienza, non si domandano più cosa sono scienza e arte, a differenza delle generazioni precedenti. La cultura contemporanea è una tecno-cultura che non separa più l’arte e la scienza. Sia l’arte e sia la scienza, oggi, sono valori del sapere globale e vengono incanalati nelle reti telematiche, valori portati avanti dagli artisti e dagli scienziati di tutto il mondo. Oramai finisce la visione di due culture opposte e prende forma la visione di due entità complementari intersecati tra loro. L’evoluzione della scienza segue le sue regole e le sue formalità, la cultura artistica è una cultura estetica, conoscenza di ciò che è bello. L’artista si inventa questa cultura estetica gradualmente, con la propria esperienza visiva e pratica nel realizzare l’opera. La multivariarte osserva una scienza, la Statistica, si appropria simbolicamente in modo estetico di quella rappresentazione realizzata sul piano, che sintetizza tramite quei punti, linee, poligoni e colori il significato di più dimensioni, rappresentando graficamente la multidimensionalità. La cosa graziosa è che la multivariarte rappresenta la multidimensionalità di tutti quei fattori in modo estetico, riconoscendola in tutto ciò che è bello, in tutto ciò che è natura, in tutto ciò che è cultura, in tutto ciò che è scienza e in tutto ciò che è opera d’arte, che fanno parte della vita dell’uomo o di ogni singolo individuo. Utilizzando gli strumenti più idonei che il  tempo ci mette a disposizione, adoperando le nuove tecnologie in maniera tale che il pensiero non venga governato da esse.


Opere di grandi maestri

Molte opere di grandi maestri del ‘900 diversificate temporalmente e nelle diverse correnti artistiche mi attraggono e in un certo qual senso mi affascinano a dare vita all’opera multivaria, che apre una nuova dimensione nell’espressione artistica. Voglio illustrare alcune opere di grandi maestri vicine, ma nell’immediato lontane, al mio lavoro artistico intrapreso.

Figura 1

Nei Giocatori di carte - Fig.1 - (1890-95) di Cézanne mi colpisce la plasticità unica della rappresentazione delle due figure, le dimensioni dei corpi sono alterate e i piani delle superfici impattano fortemente con lo spazio della composizione con una energia inedita. Non c’è uno studio psicologico nella rappresentazione dei due personaggi, ma solo una ricerca simmetrica e statica delle figure che spingono a far vedere la loro struttura geometrica, facendo allontanare l’importanza del soggetto per valorizzarne il metodo.

Figura 2

Nella “Natura morta su un piano Fig.2 (1911)”, Picasso crea un inviluppamento di punti di vista multipli, la realtà diventa analitica e scomposta aperta alla visione, la realtà si presenta fisicamente sul supporto.

Figura 3

In “Materia Fig.3 (1912)”, mi colpisce che Boccioni riesce a donare la sintesi del doppio aspetto spaziale e temporale, le mani intrecciate si muovono fuori dal piano dell’opera, raffigurando l’oggetto ne coglie il suo flusso energetico percependo tutta la realtà in cui ne è coinvolto.

Figura 4

Anton Giulio Bragaglia nel 1911 pubblica “Fotodinamismo futurista Fig.4” inizia una specifica ricerca fotografica immortalando gesti, torsioni, passi del corpo o della testa registrando il movimento dinamico.

Figura 5

Con “La marchesa Casati con gli occhi di mica e il cuore di legno Fig.5 (1918)”, Giacomo Balla realizzò il primo complesso plastico dinamico per superare la limitatezza del piano della tela per riprodurre la profondità del volume dinamico.

Figura 6

Il tradimento delle immagini Fig.6 (1928)”, René Magritte riesce in questa opera a confondere l’osservatore dove l’immagine non corrisponde con l’oggetto ma ne ricrea solo l’illusione, sembra che la pittura non ha niente a che fare con la realtà ma con il pensiero.

Figura 7

Con “Monogram Fig.7 (1955-1959)”, Robert Rauschenberg mostra una trasformazione della visione artistica tradizionale, realizzando un quadro tridimensionale posto su un piano orizzontale, la tela viene trasferita dal piano verticale a quello orizzontale, opera che diventa corpo vivente in cui si riflette la vita.

Figura 8

One and three chairs Fig.8 (1965)”, Joseph Kosuth rappresenta tre sedie piuttosto che una, include il concetto di diffidenza in qualsiasi conformazione singola di raffigurazione, nessuno dei tre aspetti esprimono il concetto di sedia. Riflettendo alla sedia, istantaneamente se ne conosce insieme l’entità, la parvenza e anche l’ambito linguistico in cui si innesta la sua definizione.

Figura 9

One handred live and die Fig.9 (1984)”, Bruce Nauman studia l’ambito del linguaggio e dell’emotività, sostantivi e verbi che descrivono azioni quotidiane, concetti comuni. L’opera si fonda dei stati emotivi che si contrappongono a situazioni quali la vita e la morte, ogni affermazione è posta in correlazione negativa con l’affermazione del pannello seguente componendo una dicotomia negativo/positivo che pare cancellare il significato stesso del messaggio. Le frasi si illuminano di volta in volta e proprio questa intermittenza stimola una reazione di divertimento percettivo, ma anche di disagio in quanto rappresentano imperativi della nostra vita.

Figura 10

7000 Eichen Fig.10 (1982)”, Joseph Beuys opera con lo scopo di espandere il concetto di arte a ogni aspetto della vita, spronando l’artista ad aprire la sua coscienza critica verso la società. 7000 querce è un opera piena di contenuto, rilevanza e riferimenti che si fonda sull’idea di trasformazione legata al tempo, rappresentato metaforicamente attraverso la crescita delle querce, durante la quale la conformazione dell’albero è soggetto a mutamenti del colore, forme, e direzione. Identicamente lo spazio, in maniera progressiva, viene trasformato dalla crescita delle querce che si espandono nell’ambiente secondo un ordine non codificabile.